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I prezzi alla produzione dell’industria italiana sono aumentati del 13,8% a settembre 2026 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il dato, pubblicato dall’Istat il 28 ottobre, conferma un’accelerazione già osservata durante l’estate: ad agosto la crescita annua era stata del 10,9%, mentre a luglio si era fermata al 7,8%. Anche il confronto mensile segnala un aumento significativo, pari al 2,9%.
A determinare gran parte di questa dinamica è il comparto energetico, il cui andamento continua a incidere sui prezzi praticati dalle imprese industriali. La distinzione emerge chiaramente osservando il mercato interno: mentre l’indice complessivo cresce del 17,4% su base annua, escludendo l’energia l’incremento si riduce al 3,5%.
La differenza è rilevante perché permette di distinguere la pressione esercitata dai prodotti energetici dall’evoluzione dei prezzi negli altri comparti produttivi. Per le aziende manifatturiere, soprattutto quelle che utilizzano grandi quantità di elettricità, gas e combustibili, il problema riguarda la capacità di assorbire costi variabili senza compromettere i margini operativi.
I dati Istat descrivono inoltre una situazione differenziata tra mercato nazionale ed esportazioni, con aumenti sensibilmente più contenuti per i prodotti venduti all’estero.
Mercato interno, la crescita accelera soprattutto per effetto dell’energia
A settembre 2026 i prezzi alla produzione dell’industria destinata al mercato italiano aumentano del 3,6% rispetto ad agosto. Su base annua la variazione raggiunge il 17,4%, contro il 13,5% registrato nel mese precedente.
La componente energetica spiega buona parte della distanza tra l’indice generale e quello calcolato escludendo tale comparto. Senza energia, infatti, l’aumento mensile è dello 0,3%, mentre quello annuo passa dal 3,3% di agosto al 3,5% di settembre.
Si tratta di una crescita che coinvolge anche attività industriali diverse dalla produzione e distribuzione energetica, ma con un’intensità nettamente inferiore rispetto al dato complessivo.
L’Istat segnala in particolare un’accelerazione dei prezzi della fornitura di energia elettrica e gas sul mercato interno, che raggiungono il 35,9% su base annua, dopo il 26,3% di agosto.
Il dato misura la variazione dei prezzi alla produzione nel settore della fornitura di energia elettrica e gas. Non corrisponde, quindi, all’aumento delle bollette pagate dalle famiglie o dalle singole imprese. Le condizioni contrattuali, le modalità di approvvigionamento, gli oneri e le componenti tariffarie possono determinare variazioni differenti per ciascuna categoria di cliente.
L’accelerazione dell’indice energetico rappresenta comunque un segnale significativo per l’industria. L’energia interviene direttamente nei processi produttivi e indirettamente nei costi dei materiali, della logistica e delle lavorazioni acquistate da altre aziende.
Il confronto con i mesi precedenti evidenzia inoltre la continuità della pressione sui prezzi. A giugno l’indice generale dell’industria cresceva del 5,8% su base annua; a luglio l’aumento era salito al 7,8%, ad agosto al 10,9% e a settembre al 13,8%.
Questa progressione descrive un’accelerazione dei prezzi industriali, senza fornire da sola indicazioni sulla durata futura dei rincari.
Mercato estero, aumenti più contenuti rispetto alle vendite nazionali
Il comportamento dei prezzi sui mercati internazionali presenta caratteristiche differenti.
A settembre i prezzi alla produzione dei prodotti industriali venduti all’estero aumentano dello 0,5% rispetto ad agosto e del 4,2% rispetto a settembre 2025.
Nell’area euro la crescita mensile è dello 0,3%, mentre quella annua raggiunge il 4,1%. Nei mercati esterni all’area euro gli incrementi risultano rispettivamente dello 0,7% e del 4,5%.
La distanza rispetto al mercato interno è evidente: 17,4% di aumento annuo in Italia contro il 4,2% sui mercati esteri.
Questi indici riguardano mercati di destinazione e composizioni produttive differenti. Non sarebbe corretto interpretarli come la prova che uno stesso prodotto venga necessariamente venduto all’estero con rincari inferiori rispetto al mercato nazionale.
La diversa incidenza dei settori energetici, la composizione delle esportazioni e le caratteristiche dei mercati contribuiscono a determinare l’andamento degli aggregati.
Per le imprese esportatrici, tuttavia, il confronto evidenzia una questione concreta. Un produttore italiano può affrontare aumenti dei costi energetici e dei materiali acquistati sul mercato nazionale, mentre i prezzi dei prodotti venduti sui mercati internazionali seguono dinamiche differenti.
La possibilità di trasferire gli aumenti ai clienti dipende dalla concorrenza, dalle condizioni della domanda e dai contratti commerciali. Quando i prezzi di vendita non crescono quanto i costi sostenuti, la differenza può comprimere la redditività.
Anche il dato trimestrale conferma la maggiore intensità degli aumenti sul mercato nazionale. Nel terzo trimestre del 2026 i prezzi alla produzione dell’industria crescono del 4,8% rispetto al trimestre precedente, con un incremento del 6,2% sul mercato interno e dell’1,1% su quello estero.
Prodotti petroliferi, chimica e metallurgia: dove si concentrano i rincari
L’analisi per attività economica permette di individuare i settori manifatturieri nei quali gli aumenti risultano particolarmente pronunciati.
A settembre 2026, nel comparto del coke e dei prodotti petroliferi raffinati, i prezzi alla produzione crescono del 91,1% su base annua sul mercato interno. L’incremento raggiunge il 17,8% nell’area euro e il 66,9% nei mercati esterni all’area euro.
Sono variazioni elevate, che riflettono una forte pressione sui prezzi di produzione di questo specifico comparto. Non devono essere confuse con le variazioni dei prezzi alla pompa dei carburanti, che seguono meccanismi di formazione differenti.
Anche l’industria chimica registra aumenti consistenti. Sul mercato interno la crescita annua è dell’11,4%, mentre sui mercati esteri raggiunge il 7,1% nell’area euro e il 7,5% fuori dall’area euro.
Il comparto chimico merita particolare attenzione perché numerosi suoi prodotti entrano nelle lavorazioni di altre industrie. Materie prime, sostanze di base e componenti chimici vengono impiegati in produzioni che spaziano dalla plastica alla farmaceutica, dai trattamenti industriali ai materiali utilizzati nell’edilizia.
Un aumento dei prezzi alla produzione della chimica può quindi interessare imprese appartenenti a filiere diverse, pur senza tradursi necessariamente in un rincaro della stessa entità per i prodotti successivi.
Nella metallurgia e nella fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti, l’Istat rileva un incremento annuo del 7,6% sul mercato interno e dell’8% nell’area euro.
Per le altre industrie manifatturiere, comprese le attività di riparazione e installazione di macchine e apparecchiature, viene segnalato un aumento dell’8,1% nei mercati esterni all’area euro.
La distribuzione degli aumenti mostra che la pressione sui prezzi non è limitata alle imprese che producono energia. Coinvolge anche lavorazioni industriali che utilizzano energia e materiali come fattori produttivi essenziali.
Beni intermedi e imprese energivore, il problema dei costi lungo la filiera
Tra gli elementi da osservare nell’analisi dei prezzi alla produzione dell’industria rientrano i beni intermedi, cioè i prodotti destinati a essere trasformati o utilizzati in successive attività produttive.
Appartengono a questa categoria numerosi materiali, semilavorati e componenti acquistati dalle imprese manifatturiere. Il loro prezzo contribuisce a determinare il costo delle lavorazioni successive.
Il comunicato Istat di settembre evidenzia aumenti importanti in settori come chimica e metallurgia, ma questi dati settoriali non possono essere utilizzati come equivalenti dell’indice complessivo dei beni intermedi. Le due classificazioni rispondono a criteri differenti.
I settori economici identificano l’attività che realizza il prodotto, mentre i raggruppamenti industriali per destinazione economica distinguono, tra gli altri, beni intermedi, beni strumentali, beni di consumo ed energia.
Questa distinzione è necessaria per interpretare correttamente le statistiche. Un aumento dei prezzi nella chimica, ad esempio, non rappresenta automaticamente la variazione dell’intero aggregato dei beni intermedi.
Il problema diventa particolarmente significativo per le imprese energivore, nelle quali l’energia rappresenta una componente rilevante dei costi di produzione.
Siderurgia, metallurgia, chimica, produzione di vetro, ceramica e carta comprendono attività nelle quali elettricità, gas e combustibili possono incidere in misura considerevole sui bilanci aziendali. L’incidenza effettiva cambia però secondo il processo produttivo, la tecnologia utilizzata e le condizioni di approvvigionamento.
Un impianto che richiede energia per alimentare forni industriali, per esempio, può avere possibilità limitate di ridurre rapidamente i consumi senza intervenire sulla produzione. Anche l’organizzazione dei turni e la programmazione degli impianti possono dipendere da vincoli tecnici.
Le conseguenze economiche variano inoltre in base ai contratti energetici.
Un’impresa che acquista energia a prezzi variabili può risentire più rapidamente delle oscillazioni del mercato. Un’azienda che dispone di contratti a prezzo fisso può invece registrare effetti differiti, soprattutto quando deve rinnovare le condizioni di fornitura.
I prezzi alla produzione dell’industria costituiscono quindi un indicatore utile per osservare le pressioni sui prezzi industriali, ma non permettono di quantificare direttamente il costo energetico sostenuto da una specifica impresa.
Per effettuare questa valutazione occorrono informazioni sui consumi, sui prezzi effettivamente pagati, sulla durata dei contratti e sul peso dell’energia rispetto al valore della produzione.
Costruzioni, aumentano soprattutto i prezzi per strade e ferrovie
Il comunicato Istat del 28 ottobre comprende anche i prezzi alla produzione delle costruzioni, che presentano dinamiche differenti rispetto all’industria.
A settembre 2026 i prezzi relativi agli edifici residenziali e non residenziali diminuiscono dello 0,1% rispetto ad agosto, mentre aumentano del 3,2% su base annua. Il confronto con il mese precedente indica un lieve rallentamento della crescita tendenziale, che ad agosto era del 3,3%.
Per strade e ferrovie la situazione è diversa. I prezzi aumentano dello 0,6% rispetto ad agosto e del 6,6% rispetto a settembre 2025. La crescita annua accelera rispetto al 6% registrato nel mese precedente.
L’Istat collega l’andamento mensile delle opere stradali soprattutto ai rincari di alcuni materiali e dei carburanti.
La differenza tra edifici e infrastrutture è significativa. Le opere stradali richiedono lavorazioni e movimentazioni nelle quali l’utilizzo di mezzi meccanici, combustibili e materiali specifici può incidere sensibilmente sui costi.
Anche il confronto trimestrale conferma un andamento più sostenuto per le infrastrutture di trasporto. Nel terzo trimestre del 2026 i prezzi alla produzione delle costruzioni crescono dello 0,7% per gli edifici residenziali e non residenziali e dell’1,5% per strade e ferrovie rispetto al trimestre precedente.
Gli indici non misurano direttamente il prezzo finale di acquisto di un’abitazione. Il valore degli immobili dipende infatti anche dalla localizzazione, dalle caratteristiche del fabbricato, dal mercato immobiliare e da altri elementi che non coincidono con i prezzi alla produzione delle attività di costruzione.
Prezzi industriali e inflazione al consumo non misurano lo stesso fenomeno
L’aumento dei prezzi alla produzione dell’industria non deve essere interpretato come un incremento equivalente dei prezzi pagati dai consumatori.
Le due statistiche osservano fasi differenti dell’attività economica.
L’indice dei prezzi alla produzione misura l’evoluzione dei prezzi praticati dalle imprese industriali per i prodotti realizzati e venduti. L’indice dei prezzi al consumo, invece, rileva le variazioni dei prezzi di un paniere di beni e servizi acquistati dalle famiglie.
Tra la produzione industriale e la vendita finale intervengono numerosi fattori: trasformazioni successive, distribuzione, trasporti, margini commerciali, imposte e condizioni concorrenziali.
Un aumento del prezzo di un materiale industriale può essere assorbito parzialmente dalle aziende che lo utilizzano, trasferito ai clienti oppure compensato attraverso modifiche organizzative e produttive.
Il trasferimento ai prezzi finali non è quindi automatico, né necessariamente immediato.
La distinzione emerge anche confrontando i dati ufficiali di settembre.
Secondo l’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività registra nello stesso mese un aumento dello 0,7% rispetto ad agosto e del 4,2% su base annua.
L’inflazione al consumo accelera rispetto al 3,3% di agosto, ma rimane sensibilmente inferiore alla crescita annua del 13,8% rilevata per i prezzi alla produzione dell’industria.
Le differenze dipendono innanzitutto dalla composizione degli indici. Il paniere dei consumi comprende servizi e prodotti che non coincidono con quelli osservati nella statistica industriale, mentre il peso dell’energia e delle diverse categorie merceologiche varia tra gli aggregati.
Anche l’andamento dei prezzi energetici al consumo presenta caratteristiche specifiche.
A settembre 2026 i prezzi degli energetici regolamentati aumentano del 25,8% su base annua, mentre quelli degli energetici non regolamentati crescono del 22,5%.
Si tratta di indicatori distinti da quello relativo alla fornitura industriale di energia elettrica e gas, che nello stesso mese registra un aumento annuo del 35,9% sul mercato interno.
La presenza di incrementi in entrambe le statistiche segnala una pressione energetica diffusa, ma non dimostra un rapporto diretto e proporzionale tra le singole variazioni.
Margini industriali e competitività, le conseguenze dipendono dalla capacità di trasferire i costi
L’accelerazione dei prezzi industriali solleva una questione che riguarda la competitività delle imprese italiane, soprattutto nei settori caratterizzati da elevati consumi energetici.
Il problema principale non coincide necessariamente con l’aumento del prezzo di vendita dei prodotti. Un’impresa può riuscire ad aumentare i propri listini e, contemporaneamente, subire una riduzione dei margini se i costi crescono più rapidamente dei ricavi.
Allo stesso modo, una crescita contenuta dei prezzi alla produzione può accompagnarsi a difficoltà economiche quando le aziende non riescono a recuperare gli aumenti dei costi sostenuti.
Per valutare la situazione occorre quindi considerare anche volumi produttivi, fatturato, produttività e redditività. Gli indici dei prezzi, isolatamente, non consentono di stabilire se un settore stia migliorando o peggiorando la propria performance economica.
La questione assume particolare rilievo nelle attività che competono sui mercati internazionali.
Le aziende italiane energivore possono trovarsi a sostenere costi di produzione influenzati dalle condizioni del mercato nazionale, mentre i prezzi di vendita all’estero sono condizionati dalla concorrenza di produttori localizzati in altri Paesi.
In questi casi la gestione degli approvvigionamenti energetici, l’efficienza degli impianti e la possibilità di programmare i consumi diventano fattori economici rilevanti.
Gli investimenti nell’efficienza energetica possono ridurre la quantità di energia necessaria per realizzare una determinata produzione, ma richiedono risorse finanziarie e tempi di attuazione. Non tutte le lavorazioni consentono inoltre la stessa flessibilità tecnologica.
Anche l’autoproduzione e gli accordi di fornitura di lungo periodo possono contribuire a ridurre l’esposizione alle oscillazioni dei mercati, senza eliminarla completamente.
Per le imprese che acquistano beni intermedi, invece, diventa importante osservare come i rincari si distribuiscono lungo la catena produttiva. L’aumento del prezzo di un semilavorato può incidere sul costo di un prodotto finito anche quando il processo di assemblaggio richiede consumi energetici relativamente contenuti.
I dati di settembre mostrano proprio la necessità di distinguere questi diversi meccanismi. L’aumento annuo del 13,8% dei prezzi industriali è fortemente influenzato dall’energia, mentre il dato del 3,5% relativo al mercato interno al netto del comparto energetico descrive una crescita assai più moderata.
La prossima rilevazione Istat, prevista per il 30 novembre 2026, permetterà di verificare se l’accelerazione osservata a settembre proseguirà anche in ottobre. Per valutare l’effettiva pressione sui bilanci delle imprese sarà comunque necessario affiancare ai nuovi indici industriali l’andamento dei contratti energetici, dei costi dei materiali e dei prezzi di vendita nei singoli settori.
