indice
La sicurezza degli approvvigionamenti idrici, la modernizzazione delle reti e la capacità di affrontare periodi prolungati di siccità sono stati al centro dell’incontro organizzato da AWARE Think Tank il 28 ottobre 2026 a Roma. Nella Sala David Sassoli di Palazzo Valentini è stato presentato il policy paper Gestire la risorsa idrica nell’era del cambiamento climatico, dedicato alle criticità del sistema idrico nazionale e alle possibili risposte sul piano infrastrutturale, gestionale e istituzionale.
L’iniziativa ha riunito rappresentanti della ricerca, delle istituzioni e delle imprese impegnate nel settore dell’acqua. Il confronto ha affrontato una questione concreta: come garantire disponibilità idriche sufficienti e servizi affidabili quando precipitazioni, temperature e fabbisogni seguono andamenti sempre meno prevedibili.
La presentazione si colloca in una fase nella quale la gestione delle risorse idriche in Italia richiede interventi coordinati su infrastrutture, conoscenza del territorio e programmazione degli investimenti. I dati disponibili mostrano infatti che una parte rilevante dell’acqua immessa nelle reti viene ancora dispersa, mentre alcune aree del Paese continuano a registrare difficoltà nell’approvvigionamento.
Il documento AWARE è stato presentato come contributo di analisi e proposta alle politiche pubbliche. Le comunicazioni ufficiali consultabili confermano gli ambiti affrontati e la formulazione di raccomandazioni per rafforzare la resilienza del sistema idrico. Non è stato tuttavia possibile reperire il testo integrale del nuovo paper attraverso la documentazione pubblicamente accessibile. Non risultano quindi verificabili nel dettaglio le singole misure proposte, le eventuali priorità operative e le relative stime economiche. Gli approfondimenti che seguono distinguono le linee tematiche dichiarate da AWARE dagli interventi già previsti nella programmazione nazionale.
Il confronto di Roma tra ricerca, infrastrutture e politiche pubbliche
La presentazione del 28 ottobre ha coinvolto Marco Ciancarini, direttore dell’Area Energia di AWARE Think Tank, e i ricercatori Achille Iaccarino, Maria Rosa Milanese e Lisa Castiglioni. Il programma ha previsto interventi dedicati alla disponibilità della risorsa, alla resilienza delle infrastrutture e alle prospettive legislative per il settore.
Tra i partecipanti è intervenuta anche Claudia Brunori, direttrice del Dipartimento Sostenibilità, Circolarità e Adattamento al Cambiamento Climatico dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA. La presenza dell’agenzia nazionale di ricerca ha inserito nel dibattito le competenze scientifiche necessarie a valutare gli effetti delle trasformazioni climatiche sulla disponibilità dell’acqua.
L’incontro ha inoltre previsto contributi provenienti dal mondo della gestione dei servizi idrici, delle tecnologie ambientali e delle istituzioni, con la partecipazione di rappresentanti di Utilitalia, Acque del Sud, Aquanexa e GEKO.
Tre le direttrici indicate nella presentazione dell’iniziativa: gli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità idrica e sulle infrastrutture, il rapporto tra governance e investimenti, le priorità politiche e legislative nazionali.
Sono questioni strettamente collegate. Un sistema di distribuzione efficiente può ridurre il fabbisogno di nuove captazioni, ma la manutenzione delle tubazioni non risolve da sola la carenza delle fonti disponibili. Allo stesso modo, la realizzazione di invasi o collegamenti tra acquedotti può aumentare la flessibilità degli approvvigionamenti, purché le opere siano dimensionate sulla base di valutazioni idrologiche aggiornate e compatibili con la tutela degli ecosistemi.
Le raccomandazioni di policy annunciate da AWARE riguardano il rafforzamento della resilienza del sistema idrico nazionale. La loro trasformazione in interventi dipende però da decisioni successive delle amministrazioni competenti, dalla disponibilità di finanziamenti e dalle procedure necessarie alla realizzazione delle opere.
Le disponibilità idriche diminuiscono anche quando le precipitazioni restano abbondanti
Un elemento decisivo per comprendere il problema emerge dal bilancio idrologico nazionale elaborato dall’ISPRA.
Nel 2025 le precipitazioni complessive in Italia sono state stimate in circa 291 miliardi di metri cubi, equivalenti a 963,4 millimetri di pioggia distribuiti sulla superficie nazionale. Si tratta di un quantitativo inferiore di circa il 9% rispetto al 2024, ma leggermente superiore alla media del trentennio climatico 1991-2020.
Il dato potrebbe suggerire una situazione relativamente favorevole. La disponibilità effettiva di acqua racconta però una realtà diversa.
Secondo l’ISPRA, nel 2025 la risorsa idrica rinnovabile è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi, con una riduzione del 19% rispetto al 2024 e un valore inferiore di oltre il 7% alla media storica di lungo periodo.
La differenza dipende dal fatto che le precipitazioni non si trasformano integralmente in acqua disponibile. Una quota ritorna nell’atmosfera attraverso l’evaporazione e la traspirazione della vegetazione, mentre quantità differenti alimentano i corsi d’acqua e le falde sotterranee.
Temperature elevate, caratteristiche del suolo, distribuzione stagionale delle piogge e condizioni degli ecosistemi influenzano questo equilibrio.
Nel 2025 il contributo alla ricarica degli acquiferi è stato stimato dall’ISPRA in circa 56 miliardi di metri cubi, il 14,2% in meno rispetto alla media di lungo periodo. È un’indicazione particolarmente rilevante per i territori che dipendono dalle riserve sotterranee per l’approvvigionamento potabile e per alcune attività produttive.
Le differenze geografiche sono altrettanto significative. Rispetto alla media climatica 1991-2020, nel 2025 il distretto dell’Appennino Centrale ha registrato una riduzione della risorsa idrica del 30%, mentre nell’Appennino Meridionale il deficit è stato del 21%. In Sardegna e Sicilia le diminuzioni sono state rispettivamente del 12% e del 13%.
Questi valori riguardano la disponibilità naturale stimata, non il volume effettivamente distribuito dagli acquedotti. Sono tuttavia indispensabili per programmare prelievi, accumuli e misure di adattamento.
La gestione delle risorse idriche in Italia deve quindi confrontarsi con una distribuzione geografica e stagionale dell’acqua che può risultare sfavorevole anche in anni caratterizzati da precipitazioni complessivamente vicine alla norma.
Le perdite degli acquedotti restano un problema infrastrutturale
Accanto alla disponibilità naturale, pesa lo stato delle reti di distribuzione.
Secondo i dati provvisori dell’Istat relativi al 2024, nei comuni capoluogo di provincia e di città metropolitana le perdite idriche totali nella distribuzione dell’acqua potabile hanno raggiunto il 35,2% del volume immesso in rete.
Il valore è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2022. Il dato riguarda specificamente i capoluoghi e non deve essere confuso con gli indicatori nazionali calcolati su altri anni e su una platea territoriale più ampia.
Nello stesso insieme di comuni, nel 2024 sono stati erogati circa 1,5 miliardi di metri cubi d’acqua potabile, corrispondenti a 233 litri per abitante al giorno. Il valore medio è diminuito di 30 litri rispetto al 2012.
La contrazione dei volumi distribuiti è influenzata da diversi fattori, comprese le dinamiche demografiche, i cambiamenti nei consumi e le misure di razionamento. Non può quindi essere interpretata automaticamente come il risultato di una maggiore efficienza infrastrutturale.
Le perdite di rete rappresentano inoltre un fenomeno articolato. Comprendono dispersioni fisiche dovute a rotture, deterioramento delle condotte e difetti delle giunzioni, ma anche componenti amministrative e di misurazione, come consumi non correttamente contabilizzati.
La riduzione delle dispersioni richiede interventi differenti a seconda della causa individuata.
La sostituzione delle tubazioni deteriorate può essere necessaria nei tratti maggiormente compromessi. In altri casi risultano utili il controllo delle pressioni, la distrettualizzazione delle reti, la ricerca sistematica delle perdite e l’installazione di sistemi di misura capaci di individuare anomalie nei flussi.
La distrettualizzazione consiste nella suddivisione della rete in settori monitorabili separatamente. Confrontando l’acqua immessa con quella contabilizzata, i gestori possono individuare le aree nelle quali concentrare le verifiche.
Anche la digitalizzazione ha un ruolo operativo. Sensori, misuratori e sistemi di telecontrollo permettono di raccogliere informazioni sul funzionamento degli acquedotti, ma la loro efficacia dipende dalla qualità dei dati e dalla capacità di intervenire sulle anomalie individuate.
Ridurre le perdite significa aumentare la quantità d’acqua effettivamente utilizzabile senza dover necessariamente incrementare i prelievi dalle fonti naturali. Il beneficio può essere particolarmente importante nei periodi di siccità, quando ogni ulteriore captazione rischia di aumentare la pressione su fiumi, sorgenti e falde.
Il ruolo degli invasi e delle infrastrutture nei periodi critici
La sicurezza idrica dipende anche dalla possibilità di conservare e trasferire l’acqua quando la disponibilità supera temporaneamente il fabbisogno, per utilizzarla nei periodi più difficili.
Invasi, serbatoi, condotte di adduzione e collegamenti tra sistemi acquedottistici possono contribuire a questa funzione. Le caratteristiche delle opere devono però rispondere alle condizioni specifiche dei territori.
Un nuovo bacino di accumulo, per esempio, richiede valutazioni sulla quantità d’acqua effettivamente intercettabile, sulla frequenza degli apporti, sulle perdite per evaporazione e sugli effetti ambientali. La sola capacità teorica di immagazzinamento non garantisce che il serbatoio possa essere riempito regolarmente.
Analogamente, collegare reti diverse può rendere più flessibile la distribuzione durante un’emergenza, ma richiede fonti sufficienti, infrastrutture adeguate e accordi gestionali tra i soggetti interessati.
Nelle aree agricole la programmazione deve considerare anche l’andamento della domanda irrigua. I fabbisogni possono aumentare proprio quando le disponibilità naturali diminuiscono, creando una competizione tra utilizzi differenti.
L’efficienza dei sistemi irrigui, la scelta delle colture, le caratteristiche del terreno e il monitoraggio dell’umidità possono contribuire a contenere i prelievi. Le tecniche adottate devono comunque essere valutate considerando il bilancio idrico complessivo del bacino, perché una maggiore efficienza nell’impiego dell’acqua non determina sempre, da sola, una riduzione dei consumi totali.
La gestione delle risorse idriche in Italia richiede dunque una pianificazione che metta in relazione approvvigionamento potabile, attività agricole, utilizzi industriali e necessità ambientali.
Le decisioni diventano particolarmente delicate durante le crisi idriche prolungate. In queste circostanze occorre valutare le disponibilità residue, le previsioni stagionali e i fabbisogni essenziali, evitando che gli interventi emergenziali compromettano la capacità di approvvigionamento nei mesi successivi.
Investimenti programmati e opere realizzate: due situazioni differenti
La modernizzazione del sistema idrico italiano dispone già di strumenti di programmazione e finanziamento che precedono la pubblicazione del paper AWARE.
Uno dei principali è il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, conosciuto con la sigla PNIISSI.
Il piano, adottato nel 2024, ha individuato 418 interventi ammissibili per un valore finanziario di circa 12 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta il fabbisogno associato agli interventi ammessi alla programmazione e non equivale a risorse integralmente assegnate o a lavori già eseguiti.
Nel settembre 2025 il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha approvato uno stralcio del PNIISSI destinando circa 957 milioni di euro al finanziamento di 75 interventi, con risorse ripartite nel periodo 2025-2029.
Le finalità comprendono la mitigazione degli effetti della siccità, l’adeguamento delle infrastrutture, il miglioramento della resilienza e la riduzione delle dispersioni idriche.
Il provvedimento ha attribuito priorità anche al completamento di opere già avviate e previsto una quota non inferiore al 40% delle risorse per gli interventi nel Mezzogiorno.
Nel mese successivo, ottobre 2025, il Ministero ha inoltre avviato la raccolta di nuove proposte per l’aggiornamento del piano, includendo interventi relativi all’approvvigionamento, alla manutenzione straordinaria, alla realizzazione di serbatoi e al potenziamento delle reti.
Si tratta di passaggi amministrativi che non devono essere sovrapposti.
L’inserimento di un intervento nella programmazione ne riconosce la rilevanza rispetto agli obiettivi del piano. Il finanziamento individua invece risorse destinate alla realizzazione secondo determinate condizioni. L’effettivo completamento dell’opera richiede ulteriori passaggi progettuali, autorizzativi, contrattuali ed esecutivi.
Per misurare i progressi della gestione delle risorse idriche in Italia è quindi necessario verificare quanti interventi siano stati realmente completati, quali infrastrutture siano entrate in funzione e quali risultati abbiano prodotto.
Anche gli investimenti collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza devono essere valutati distinguendo gli stanziamenti dai risultati operativi. Gli interventi sulle reti possono generare benefici misurabili soltanto dopo l’attivazione delle infrastrutture e la verifica delle prestazioni.
Dalla risposta alla siccità alla prevenzione delle emergenze
Uno dei problemi più complessi riguarda il passaggio dalla gestione dell’emergenza a una programmazione capace di anticipare le condizioni critiche.
Quando un territorio entra in una fase di scarsità idrica, le amministrazioni possono adottare limitazioni temporanee agli utilizzi e misure di contenimento dei consumi. Questi provvedimenti consentono di affrontare situazioni immediate, ma non sostituiscono gli investimenti necessari a ridurre la vulnerabilità strutturale.
I dati Istat mostrano quanto il problema sia concreto. Nel 2024, tra i 109 comuni capoluogo considerati, 17 sono stati interessati da misure di razionamento dell’acqua potabile, rispetto ai 14 dell’anno precedente.
Il razionamento non dipende esclusivamente dalla quantità di pioggia. Può essere determinato anche da difficoltà di captazione, limitazioni delle infrastrutture disponibili, insufficiente capacità di accumulo o squilibri tra domanda e offerta.
Una strategia preventiva richiede pertanto informazioni aggiornate sulle riserve disponibili e sulla capacità operativa delle reti.
L’ISPRA utilizza il modello BIGBANG per elaborare il bilancio idrologico nazionale e stimare componenti come precipitazioni, evapotraspirazione, ricarica degli acquiferi e disponibilità delle risorse rinnovabili.
Questi strumenti permettono di analizzare le differenze tra distretti idrografici e di valutare l’evoluzione delle disponibilità nel tempo.
Il loro utilizzo può contribuire a rendere più fondate le decisioni sui prelievi e sulle misure di adattamento, soprattutto quando viene integrato con i dati raccolti localmente dalle autorità di bacino e dai gestori.
Il monitoraggio assume particolare importanza durante i periodi di scarsità prolungata. Conoscere la consistenza delle riserve consente di individuare anticipatamente condizioni di rischio e di valutare interventi proporzionati alla gravità della situazione.
Governance e coordinamento tra gli enti responsabili
La dimensione istituzionale occupa un posto significativo tra i temi affrontati durante la presentazione AWARE.
La gestione dell’acqua coinvolge infatti amministrazioni centrali, Regioni, autorità di bacino distrettuali, enti di governo d’ambito, gestori del servizio idrico e altri soggetti responsabili delle infrastrutture e degli utilizzi della risorsa.
Le rispettive competenze riguardano attività differenti: pianificazione dei bacini, regolazione del servizio, autorizzazione dei prelievi, progettazione delle opere, gestione degli acquedotti e controllo della qualità.
Il coordinamento diventa indispensabile quando i sistemi idrici attraversano più territori amministrativi oppure quando un intervento destinato a migliorare un servizio produce conseguenze sulle disponibilità di un’altra area.
Un bacino idrografico, del resto, non coincide necessariamente con i confini delle amministrazioni locali.
Per questa ragione, la pianificazione deve considerare gli effetti delle decisioni sull’intero sistema delle acque, comprese le esigenze degli ecosistemi e gli obblighi di tutela ambientale.
La regolazione economica del servizio idrico ha un ruolo ulteriore. Gli investimenti devono essere sostenibili nel tempo e accompagnati da adeguati standard di qualità, manutenzione e controllo.
La disponibilità di risorse pubbliche può accelerare specifici interventi, ma la continuità del servizio dipende anche dalla capacità dei gestori di assicurare manutenzione ordinaria e straordinaria dopo la conclusione dei progetti finanziati.
Nell’ambito della gestione delle risorse idriche in Italia, il confronto tra istituzioni e operatori avviato da AWARE richiama quindi un’esigenza concreta: collegare la programmazione nazionale alle condizioni operative dei territori, evitando che progettazione, finanziamento e gestione procedano separatamente.
La sicurezza idrica richiede risultati misurabili
Il cambiamento climatico introduce una difficoltà aggiuntiva nella pianificazione delle infrastrutture: le condizioni osservate in passato non possono essere considerate automaticamente rappresentative di quelle future.
Le opere progettate per funzionare nell’arco di molti decenni devono essere valutate anche rispetto a possibili variazioni della distribuzione delle precipitazioni, della frequenza dei periodi siccitosi e delle temperature.
Questo non significa attribuire a ogni singola crisi idrica una causa esclusivamente climatica. Le caratteristiche delle reti, la distribuzione dei consumi, la capacità di accumulo e le modalità di gestione possono aggravare o attenuare gli effetti di una riduzione della disponibilità naturale.
Il confronto promosso da AWARE Think Tank il 28 ottobre ha posto queste questioni al centro del dibattito sulla sicurezza idrica nazionale, collegando resilienza infrastrutturale, investimenti e responsabilità istituzionali.
Il passaggio dalle raccomandazioni alle decisioni operative richiederà però una verifica puntuale delle proposte contenute nel paper, una volta disponibile il testo integrale, e del loro eventuale recepimento negli strumenti pubblici di programmazione.
Un criterio di valutazione riguarda i risultati concreti degli interventi: la riduzione delle perdite, la maggiore continuità degli approvvigionamenti, la disponibilità di riserve utilizzabili nei periodi critici e il rispetto delle esigenze ambientali.
Il problema appare evidente anche nei dati più recenti. Nel 2025 l’ISPRA ha rilevato una disponibilità idrica rinnovabile nazionale inferiore alle medie storiche, mentre le statistiche Istat riferite al 2024 mostrano che nei capoluoghi oltre un terzo dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione continua a non essere contabilizzata come erogata.
Sono due indicatori distinti, ma strettamente rilevanti per le politiche idriche: il primo misura le condizioni della risorsa naturale, il secondo descrive l’efficienza delle infrastrutture. La capacità di migliorare entrambi determinerà una parte importante della sicurezza degli approvvigionamenti nei prossimi anni.
