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Rifiuti prodotti nell’Unione europea, Eurostat aggiorna i dati del 2024: Italia prima per quota di riciclo

Operatori lavorano in un impianto di selezione dei materiali destinati al recupero.
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Nel 2024 l’Unione europea ha generato 765 milioni di tonnellate di rifiuti, escludendo le principali categorie di scarti minerali provenienti soprattutto dalle attività estrattive e dalle costruzioni. La quantità corrisponde a 1.697 chilogrammi per abitante, secondo i dati pubblicati da Eurostat il 29 ottobre 2026. Il valore fotografa una parte consistente dei materiali scartati dall’economia europea e permette di confrontare le differenze tra i Paesi, ma richiede una distinzione: non indica quanto ciascun cittadino abbia materialmente gettato nei contenitori domestici.

La rilevazione comprende infatti i rifiuti generati dalle famiglie e quelli provenienti dalle attività economiche. Fabbriche, servizi, produzione energetica e gestione dei rifiuti contribuiscono al totale, che viene successivamente rapportato alla popolazione residente per ottenere un indicatore comparabile.

Il nuovo aggiornamento sui rifiuti prodotti nell’Unione europea offre anche un quadro delle modalità di trattamento. Nel 2024 il 42% dei rifiuti trattati è stato destinato al riciclo, mentre il 61,8% è stato complessivamente sottoposto a operazioni di recupero. L’Italia registra la quota di riciclo più elevata tra gli Stati membri, pari all’87,3% dei rifiuti trattati secondo la classificazione utilizzata da Eurostat.

Quanto pesano i rifiuti nell’economia europea

Il dato dei 765 milioni di tonnellate rappresenta circa il 35% della produzione complessiva di rifiuti dell’Unione, che nel 2024 ha raggiunto 2.196 milioni di tonnellate. La parte restante è costituita prevalentemente dai grandi flussi di materiali minerali.

Questa distinzione è necessaria per interpretare correttamente le statistiche. Gli scavi, le demolizioni e le attività estrattive movimentano quantità enormi di materiali, spesso molto superiori a quelle generate dalle altre attività produttive. Comprenderli indiscriminatamente in un unico indicatore può rendere difficile individuare le tendenze relative agli scarti industriali, commerciali e domestici.

Eurostat utilizza quindi un aggregato che esclude i principali rifiuti minerali, comprendenti categorie come i materiali minerali da costruzione e demolizione, altri scarti minerali, terre e materiali di dragaggio. Restano invece considerate numerose altre tipologie di rifiuti, pericolosi e non pericolosi.

Il confronto con il passato segnala una riduzione contenuta. Nel 2004 i rifiuti europei, al netto delle principali componenti minerali, ammontavano a 779,5 milioni di tonnellate. Vent’anni dopo il quantitativo è diminuito dell’1,9%.

La variazione mostra che la produzione dei rifiuti è rimasta sostanzialmente stabile nell’arco di due decenni, nonostante i cambiamenti intervenuti nei processi industriali, nei consumi e nelle politiche di gestione dei materiali.

Per valutare se l’economia europea stia realmente producendo meno scarti in rapporto alla propria attività, tuttavia, occorre affiancare a questi volumi indicatori come il prodotto interno lordo, il consumo di materiali e la composizione dei settori produttivi. Una riduzione delle tonnellate complessive, considerata isolatamente, non dimostra necessariamente un miglioramento dell’efficienza nell’impiego delle risorse.

Estonia, Belgio e Bulgaria ai primi posti per quantità generate

Le differenze nazionali sono particolarmente marcate. L’Estonia presenta il quantitativo più elevato, con 4.703 chilogrammi per abitante, seguita dal Belgio con 3.157 e dalla Bulgaria con 2.881 chilogrammi.

Eurostat collega il risultato estone soprattutto alla produzione di energia attraverso gli scisti bituminosi, una risorsa minerale il cui utilizzo genera importanti quantità di residui. Il caso mostra quanto la struttura energetica e industriale possa incidere sull’indicatore nazionale.

All’estremo opposto si trovano Malta, con 1.092 chilogrammi per abitante, l’Irlanda con 1.199 e la Slovenia con 1.254.

Il confronto sui rifiuti prodotti nell’Unione europea deve quindi tenere conto delle caratteristiche economiche dei singoli Stati. Un Paese con una forte presenza industriale può produrre più rifiuti per abitante rispetto a uno caratterizzato prevalentemente da attività terziarie, senza che questo significhi automaticamente un comportamento meno responsabile delle famiglie.

Allo stesso modo, un quantitativo ridotto non rappresenta necessariamente una prova di maggiore efficienza ambientale. Per comprendere la situazione occorre conoscere la natura degli scarti, le attività che li generano e il loro successivo trattamento.

Italia sopra la media europea nella produzione, ma prima nella quota di riciclo

Nel 2024 l’Italia registra circa 1.931 chilogrammi di rifiuti per abitante, escludendo le principali categorie minerali. Il valore supera la media dell’Unione europea, fissata a 1.697 chilogrammi.

Il risultato va letto considerando il peso delle attività manifatturiere, della lavorazione dei materiali e dei servizi che caratterizzano l’economia nazionale. Anche in questo caso, il dato pro capite rappresenta un rapporto statistico tra la produzione complessiva e la popolazione, senza attribuire direttamente ai cittadini i rifiuti originati dalle imprese.

La posizione italiana cambia sensibilmente quando si passa dalla generazione al trattamento.

Secondo Eurostat, l’Italia raggiunge nel 2024 una quota di riciclo dell’87,3% sul totale dei rifiuti trattati, davanti all’Ungheria, che registra il 77,1%, e alla Slovacchia, con il 69,8%.

È il valore più elevato nell’Unione europea per l’indicatore considerato. Il confronto riguarda però l’insieme dei rifiuti sottoposti a trattamento, comprese le categorie minerali, e non esclusivamente i rifiuti urbani.

Questa precisazione evita un’interpretazione fuorviante del primato nazionale. Il risultato non significa che l’87,3% dei rifiuti raccolti nei comuni italiani venga effettivamente riciclato. Le statistiche sul trattamento complessivo includono flussi provenienti da attività economiche differenti, con caratteristiche e modalità di recupero molto diverse da quelle della raccolta domestica.

Inoltre, la quota di riciclo calcolata sui rifiuti trattati non misura direttamente la capacità di prevenire la produzione degli scarti. Un sistema può registrare percentuali elevate di recupero e continuare a generare quantità consistenti di materiali da gestire.

Rifiuti urbani: perché la media europea è di 517 chilogrammi

Un’altra rilevazione Eurostat, pubblicata il 30 marzo 2026, permette di distinguere i rifiuti complessivi da quelli urbani.

Nel 2024 la produzione media di rifiuti urbani nell’Unione europea è stata di 517 chilogrammi per abitante, sei chilogrammi in più rispetto al 2023. Rispetto al 2014, l’aumento è stato di 38 chilogrammi, pari a circa l’8%.

Questa categoria comprende i rifiuti domestici e quelli provenienti da altre attività che, per natura e composizione, risultano simili agli scarti delle famiglie. Sono invece esclusi diversi flussi industriali, agricoli, sanitari e quelli derivanti dalle costruzioni e demolizioni.

I 517 chilogrammi non devono quindi essere confusi con i 1.697 chilogrammi del nuovo aggiornamento sulla produzione generale. Si tratta di due indicatori costruiti su perimetri statistici differenti.

Anche il riciclo segue criteri di rilevazione specifici. Per i rifiuti urbani, Eurostat indica nel 2024 una quota europea riciclata del 48,1%, corrispondente a circa 248 chilogrammi per abitante. Il valore comprende il riciclo dei materiali e il trattamento biologico considerato ai fini dell’indicatore.

Il confronto con il 42% riferito al trattamento generale dei rifiuti deve quindi essere condotto con cautela. I due valori non hanno lo stesso denominatore e riguardano flussi differenti.

Per l’Italia, il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA documenta una produzione nazionale nel 2024 di poco inferiore a 29,9 milioni di tonnellate, in crescita del 2,3% rispetto al 2023.

La raccolta differenziata raggiunge il 67,7% della produzione nazionale. Anche questo risultato richiede una corretta interpretazione: la percentuale di raccolta differenziata non coincide con il tasso di riciclo effettivo, perché una parte dei materiali raccolti separatamente può essere scartata durante le successive operazioni di selezione e lavorazione.

Recupero, riciclo e discarica: cosa indicano le percentuali Eurostat

La seconda parte della pubblicazione del 29 ottobre 2026 esamina come vengono trattati i rifiuti nell’Unione europea.

Il recupero complessivo rappresenta il 61,8% del totale trattato. All’interno di questa quota, il 42% corrisponde a operazioni di riciclo, il 13,3% al riempimento e il 6,5% all’incenerimento con recupero energetico.

Le tre attività hanno caratteristiche differenti.

Il riciclo permette di sottoporre i rifiuti a lavorazioni attraverso le quali i materiali vengono trasformati in prodotti, materiali o sostanze utilizzabili. Il riempimento, indicato nelle statistiche europee come backfilling, consiste invece nell’impiego di rifiuti idonei per sostituire altri materiali in operazioni di ripristino di aree escavate o in determinati interventi di ingegneria.

L’incenerimento con recupero energetico utilizza il contenuto energetico dei rifiuti per produrre energia, ma non equivale al riciclo della materia.

Le statistiche mostrano inoltre che il 37,8% dei rifiuti trattati è stato collocato in discarica, mentre lo 0,4% è stato incenerito senza recupero energetico.

La composizione delle operazioni di trattamento varia notevolmente tra gli Stati membri. In Bulgaria la discarica rappresenta il 91,4% del trattamento, in Finlandia l’84,4% e in Svezia il 75,1%. Sono percentuali riferite all’insieme dei rifiuti trattati e risentono anche della composizione dei flussi nazionali.

In Slovenia il 67,8% del trattamento avviene invece mediante operazioni di riempimento, mentre in Irlanda questa modalità raggiunge il 45,2%.

Danimarca e Lituania si distinguono per il ricorso all’incenerimento con recupero energetico, rispettivamente con il 27% e il 19,4%.

Queste differenze evidenziano il peso delle infrastrutture disponibili e della natura dei rifiuti gestiti. La presenza di impianti di riciclo, discariche, sistemi di trattamento biologico e strutture di recupero energetico determina quali operazioni possano essere effettivamente realizzate nei diversi territori.

Perché produzione e trattamento non possono essere confrontati direttamente

Un passaggio metodologico della pubblicazione Eurostat riguarda il rapporto tra la quantità di rifiuti generata e quella sottoposta a trattamento.

Le statistiche sulla produzione misurano i rifiuti originati dalle famiglie e dalle attività economiche presenti in un Paese. Quelle sul trattamento registrano invece i rifiuti gestiti negli impianti situati sul territorio nazionale.

Di conseguenza, i rifiuti esportati per essere trattati all’estero non rientrano nelle quantità trattate dal Paese di origine, mentre quelli importati sono contabilizzati nel Paese in cui avviene l’operazione.

Eurostat precisa che i due aggregati non sono direttamente confrontabili proprio per questa differenza di perimetro.

C’è inoltre un’altra distinzione rilevante: le statistiche sul trattamento finale non comprendono come operazioni autonome alcune attività preliminari, quali la selezione o l’essiccazione. Questi passaggi possono comunque determinare la successiva destinazione dei materiali.

Anche i residui prodotti dagli impianti di gestione possono contribuire alla generazione complessiva di rifiuti. Le operazioni di selezione e trattamento, infatti, possono creare nuovi flussi di scarti che richiedono ulteriori interventi.

La lettura dei rifiuti prodotti nell’Unione europea diventa quindi più accurata quando si considerano separatamente l’origine del materiale, il suo eventuale trasferimento e l’operazione finale a cui viene sottoposto.

La prevenzione resta una questione aperta

L’aggiornamento del 2024 conferma che la gestione dei rifiuti europei presenta due dinamiche distinte. Da una parte si è sviluppato un articolato sistema di recupero, con risultati particolarmente elevati in alcuni Paesi. Dall’altra, la quantità complessiva degli scarti non minerali continua a mantenersi su livelli vicini a quelli registrati vent’anni prima.

Il quadro normativo europeo individua nella prevenzione la prima priorità della gerarchia dei rifiuti. Prima del riciclo vengono quindi le misure che consentono di evitare la formazione degli scarti, prolungare la durata dei prodotti e ridurre il consumo di materiali.

Questa impostazione interessa direttamente la progettazione industriale, la riparabilità dei beni, gli imballaggi, la distribuzione commerciale e l’impiego di materie prime seconde nei processi produttivi.

I dati sui rifiuti prodotti nell’Unione europea permettono di distinguere i progressi realizzati nel trattamento dai risultati ottenuti nella riduzione della produzione. Una percentuale elevata di riciclo rappresenta un risultato importante nella gestione dei materiali già diventati rifiuti, ma non misura da sola la diminuzione delle risorse consumate.

Il caso italiano rende particolarmente evidente questa distinzione: il Paese presenta la quota di riciclo più elevata nell’indicatore europeo sul trattamento complessivo, ma registra anche una produzione di rifiuti non minerali per abitante superiore alla media dell’Unione.

Per misurare i prossimi progressi sarà quindi necessario affiancare ai dati sul riciclo quelli relativi alla prevenzione e all’efficienza nell’impiego delle risorse. Le serie Eurostat sulla produzione per settore economico consentono già di individuare dove si originano gli scarti e di verificare nel tempo se la riduzione dei rifiuti accompagni realmente l’attività produttiva.