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Crediti per la biodiversità: l’Unione europea lancia un’iniziativa internazionale per finanziare la tutela della natura

Giovane albero autoctono che cresce nel sottobosco di un'area forestale in rigenerazione.
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La Commissione europea ha annunciato il 28 ottobre 2026 la nascita di Friends of Credits for Nature and Biodiversity, un’iniziativa internazionale destinata a promuovere nuovi strumenti finanziari per la conservazione degli ecosistemi. Il progetto è stato presentato il giorno precedente a Yerevan, in Armenia, durante la diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, alla presenza di rappresentanti di governi e organizzazioni impegnate nella tutela ambientale.

L’iniziativa, promossa dall’Unione europea insieme a Francia e Perù, punta a costruire una collaborazione tra Paesi interessati a sviluppare i cosiddetti crediti per la biodiversità, strumenti attraverso i quali imprese e investitori potrebbero contribuire economicamente a interventi verificabili di conservazione, ripristino e gestione degli ambienti naturali.

L’obiettivo è affrontare una difficoltà che accompagna da anni le politiche ambientali: trovare risorse sufficienti per proteggere foreste, zone umide, habitat marini e altre aree ecologicamente importanti, riconoscendo anche un valore economico alle attività di chi ne garantisce la conservazione.

La proposta europea si trova ancora in una fase di sviluppo. Non esiste un mercato internazionale unico dei crediti per la biodiversità, né l’iniziativa annunciata in Armenia introduce automaticamente un sistema di certificazione comune o nuove regole vincolanti per gli operatori.

Un’alleanza tra governi per sostenere gli investimenti nella natura

Friends of Credits for Nature and Biodiversity nasce come piattaforma informale di cooperazione tra governi. La Commissione europea intende favorire lo scambio di esperienze, il confronto sulle metodologie e la definizione di condizioni che rendano credibili gli investimenti privati destinati alla protezione degli ecosistemi.

Al lancio hanno aderito, oltre a Francia e Perù, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Tra i partecipanti figurano anche Australia, Botswana, Canada, Cile, Indonesia, Giappone e Nuova Zelanda. Altri governi hanno manifestato interesse e la collaborazione rimane aperta alle organizzazioni internazionali pertinenti.

La commissaria europea per l’Ambiente, la resilienza idrica e l’economia circolare competitiva, Jessika Roswall, ha presentato l’iniziativa come un’opportunità per rafforzare gli investimenti nella tutela della natura e creare nuove entrate per i soggetti impegnati nella conservazione degli habitat.

Il coinvolgimento di Paesi appartenenti a continenti diversi risponde alla necessità di confrontare esperienze molto differenti. La gestione di una foresta tropicale in Sud America presenta caratteristiche ecologiche, amministrative ed economiche diverse dal recupero di una zona umida europea o dalla protezione di un ambiente marino.

Un sistema di finanziamento credibile deve tenere conto di queste differenze, evitando che l’esigenza di attirare capitali porti a semplificare eccessivamente il valore degli ecosistemi.

La Commissione ha inoltre precisato che il nuovo gruppo affiancherà il lavoro già svolto da organizzazioni quali Biodiversity Credit Alliance, International Advisory Panel on Biodiversity Credits, OCSE e Unione internazionale per la conservazione della natura.

Come funzionano i crediti per la biodiversità

Il principio alla base dei crediti per la biodiversità consiste nel riconoscere economicamente risultati positivi ottenuti attraverso interventi di conservazione o miglioramento ecologico.

Un progetto potrebbe riguardare, ad esempio, il recupero di un habitat degradato, la ricostituzione della vegetazione naturale, la protezione di specie minacciate oppure il mantenimento di ecosistemi che richiedono una gestione continuativa.

Perché l’intervento possa generare crediti credibili, il beneficio ambientale deve essere definito attraverso indicatori verificabili. Occorre stabilire quali condizioni esistessero prima dell’intervento, quali cambiamenti siano stati prodotti e per quanto tempo possano essere mantenuti.

Il credito rappresenterebbe quindi un risultato ecologico documentato secondo una determinata metodologia. Un soggetto interessato a finanziare la conservazione della natura potrebbe acquistarlo, contribuendo alle attività che hanno prodotto o mantengono quel risultato.

L’acquisto di un credito non equivale però automaticamente a compensare un danno ambientale causato altrove. Questa distinzione è centrale nel dibattito internazionale.

L’International Advisory Panel on Biodiversity Credits, nel quadro di riferimento pubblicato nel 2024, riconosce diverse possibili applicazioni, tra cui il finanziamento volontario di risultati positivi per la natura e gli investimenti nelle filiere produttive. La compensazione di impatti sulla biodiversità viene considerata soltanto entro condizioni rigorose, con particolare attenzione alla corrispondenza ecologica e territoriale.

Il documento esclude inoltre il ricorso a sistemi internazionali di compensazione che permettano di trattare ecosistemi distanti e differenti come se fossero liberamente intercambiabili.

Queste indicazioni costituiscono orientamenti per lo sviluppo di strumenti affidabili, non una disciplina internazionale già uniformemente applicata.

La differenza rispetto ai crediti di carbonio

Il confronto con i crediti di carbonio aiuta a comprendere le difficoltà tecniche del nuovo meccanismo.

Nei sistemi di contabilizzazione delle emissioni, l’unità di riferimento è generalmente una tonnellata di anidride carbonica equivalente. Pur con importanti differenze tra metodologie e progetti, questa misura permette di confrontare quantità di gas serra attraverso una grandezza comune.

La biodiversità presenta caratteristiche molto meno omogenee.

La presenza di determinate specie, la qualità di un habitat, le relazioni tra organismi e le condizioni ecologiche di un territorio non possono essere ricondotte facilmente a una sola unità universale.

Un ettaro di bosco mediterraneo, una torbiera e una barriera corallina svolgono funzioni differenti. Anche due superfici appartenenti allo stesso tipo di habitat possono avere un valore ecologico diverso in base alla loro posizione, allo stato di conservazione e alle specie ospitate.

Per questo motivo, i crediti per la biodiversità non possono essere considerati equivalenti ai crediti di carbonio, né utilizzati secondo un principio generale di compensazione tra luoghi e ambienti naturali differenti.

Un’impresa che finanzia la protezione di una foresta non può presumere di aver neutralizzato la perdita di un habitat costiero provocata dalle proprie attività.

Anche la possibilità di acquistare e rivendere i crediti solleva questioni specifiche. Il quadro dell’International Advisory Panel evidenzia che la biodiversità non è una risorsa fungibile e non sostiene, nell’attuale fase di sviluppo, la creazione di mercati secondari.

Misurare i risultati ecologici è la principale difficoltà scientifica

La credibilità dei crediti per la biodiversità dipende innanzitutto dalla qualità delle misurazioni.

Un progetto di ripristino ambientale può mostrare risultati apparentemente positivi, come l’aumento della copertura vegetale, senza produrre necessariamente un miglioramento complessivo della biodiversità.

La crescita della vegetazione, da sola, non dimostra il recupero delle specie originarie, delle relazioni ecologiche o delle condizioni necessarie alla stabilità dell’habitat.

Per ottenere valutazioni attendibili possono servire monitoraggi sul campo, rilevazioni delle specie presenti, analisi dello stato degli habitat, dati territoriali e osservazioni ripetute nel tempo.

La scelta degli indicatori deve essere coerente con l’ecosistema esaminato. Nei sistemi forestali possono assumere rilievo la composizione delle specie arboree e la struttura della vegetazione; nelle zone umide diventano particolarmente importanti il regime idrologico e le comunità biologiche associate.

Un ulteriore problema riguarda la cosiddetta addizionalità, cioè la dimostrazione che il risultato positivo non si sarebbe verificato nelle stesse condizioni senza il progetto finanziato.

Se un’area naturale gode già di una tutela efficace e dispone di risorse sufficienti per mantenerla, l’emissione di crediti aggiuntivi richiede una giustificazione particolarmente accurata. Diversamente, si rischia di remunerare risultati che sarebbero stati conseguiti comunque.

Occorre poi considerare la durata dei benefici. Un ecosistema recuperato può deteriorarsi nuovamente a causa di incendi, siccità, cambiamenti nell’uso del suolo o interruzioni della gestione.

Una ricerca pubblicata nell’ottobre 2026 sulla rivista scientifica npj Biodiversity, dedicata ai requisiti di integrità dei crediti e alla governance dei relativi mercati, individua tra le condizioni essenziali la misurazione dei risultati, la loro durata, l’addizionalità, il contenimento degli effetti negativi indiretti e adeguate garanzie ambientali e sociali.

La verifica indipendente e la disponibilità pubblica delle informazioni diventano quindi componenti necessarie per valutare se il risultato dichiarato corrisponda a un effettivo miglioramento ecologico.

Il rischio greenwashing e il problema delle dichiarazioni aziendali

La possibilità di associare un investimento a un beneficio per la natura può risultare interessante per le imprese, soprattutto in settori che dipendono direttamente dagli ecosistemi, come agricoltura, industria alimentare, gestione forestale e turismo.

Esiste però il rischio che i crediti vengano utilizzati principalmente per sostenere dichiarazioni ambientali difficili da dimostrare.

Un’azienda potrebbe presentare il finanziamento di un progetto di conservazione come prova di una riduzione complessiva del proprio impatto sulla biodiversità, anche quando le attività produttive continuano a provocare pressioni significative sugli habitat.

La distinzione tra contributo positivo e compensazione è quindi decisiva.

Finanziare il recupero di un ecosistema costituisce un’azione potenzialmente utile, ma non cancella automaticamente i danni ambientali prodotti dall’acquirente del credito.

Le indicazioni elaborate dalla Biodiversity Credit Alliance e dall’International Advisory Panel insistono sulla necessità di rendere trasparenti le caratteristiche dei progetti, i risultati effettivamente conseguiti e le affermazioni che gli acquirenti possono formulare.

Particolare attenzione deve essere riservata anche al doppio conteggio, che si verifica quando uno stesso beneficio viene attribuito impropriamente a più soggetti o utilizzato per sostenere dichiarazioni incompatibili.

Servono registri affidabili, procedure di controllo e regole chiare sulla titolarità dei risultati ambientali.

La valutazione non può limitarsi agli aspetti biologici. Nei territori abitati o gestiti da comunità locali e popolazioni indigene, occorre verificare il rispetto dei diritti, la partecipazione alle decisioni e la distribuzione dei benefici economici.

Un meccanismo che premi la conservazione ma escluda chi vive e lavora nei territori interessati rischierebbe di produrre conflitti e compromettere la continuità degli interventi.

La strategia europea e il percorso verso strumenti più affidabili

Il lancio dell’iniziativa internazionale si collega alla tabella di marcia sui crediti per la natura presentata dalla Commissione europea il 7 luglio 2025.

Il documento, denominato Roadmap towards Nature Credits, definisce un percorso graduale basato su ricerca scientifica, sperimentazione, confronto con gli operatori e sviluppo di metodologie affidabili.

Bruxelles intende verificare come questi strumenti possano remunerare agricoltori, proprietari forestali, gestori del territorio e altri soggetti che contribuiscono alla conservazione degli ecosistemi.

L’impostazione europea prevede che i meccanismi finanziari integrino gli interventi pubblici e le politiche di tutela ambientale. Non è prevista una sostituzione generalizzata dei finanziamenti istituzionali con acquisti volontari di crediti da parte delle imprese.

La tabella di marcia individua nel 2027 un momento di valutazione dei progressi, sulla base delle esperienze maturate, delle consultazioni e del contributo degli esperti. Soltanto successivamente potranno essere considerate ulteriori iniziative per lo sviluppo e l’eventuale ampliamento dei mercati.

La necessità di procedere per sperimentazioni deriva anche dalle differenze tra i sistemi nazionali di monitoraggio e certificazione.

Una metodologia efficace in un determinato territorio potrebbe richiedere modifiche sostanziali prima di essere applicata in un altro Paese, soprattutto quando cambiano condizioni ecologiche, disponibilità dei dati e capacità amministrative.

L’armonizzazione delle procedure dovrà quindi convivere con la necessità di utilizzare indicatori specifici per ciascun ecosistema.

Il ruolo della finanza privata negli obiettivi globali sulla biodiversità

L’iniziativa presentata a Yerevan si inserisce nel percorso di attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022.

L’accordo internazionale stabilisce obiettivi da raggiungere entro il 2030, tra cui la conservazione efficace di almeno il 30% delle aree terrestri, delle acque interne e delle aree marine e costiere, oltre al ripristino di una quota significativa degli ecosistemi degradati.

Il quadro prevede anche una maggiore mobilitazione delle risorse finanziarie destinate alla biodiversità, attraverso finanziamenti pubblici, privati e internazionali.

La conferenza COP17, svoltasi in Armenia dal 19 al 30 ottobre 2026, ha rappresentato un passaggio importante per verificare i progressi collettivi rispetto agli impegni assunti quattro anni prima.

Secondo l’OCSE, il rafforzamento degli investimenti privati richiede regole affidabili, trasparenza, strumenti di verifica indipendenti e condizioni economiche che rendano sostenibili gli interventi di conservazione.

I crediti per la biodiversità potrebbero contribuire a questa mobilitazione di capitali, ma la loro effettiva capacità di finanziare la natura dipenderà dalla domanda, dai costi delle verifiche e dalla qualità dei progetti disponibili.

Un ulteriore elemento riguarda la prevedibilità delle entrate. La conservazione degli habitat richiede spesso impegni pluriennali, mentre i finanziamenti occasionali potrebbero risultare insufficienti per garantire una gestione continuativa.

Le prospettive economiche dello strumento dovranno quindi essere valutate anche rispetto alla sua capacità di assicurare risorse stabili ai soggetti responsabili della tutela ambientale.

I prossimi passaggi della collaborazione internazionale

Il lavoro di Friends of Credits for Nature and Biodiversity proseguirà dopo la conferenza delle Nazioni Unite in Armenia.

La Commissione europea ha annunciato un nuovo appuntamento dedicato all’iniziativa durante la COP31 sul clima, con un evento collaterale previsto per il 18 novembre 2026. La scelta riflette le connessioni tra protezione degli ecosistemi, adattamento ai cambiamenti climatici e riduzione delle emissioni.

Tra i passaggi successivi è prevista anche l’approvazione formale di una dichiarazione congiunta da parte dei governi partecipanti, che servirà a definire ulteriormente gli orientamenti della collaborazione.

Resta aperta la questione delle condizioni necessarie per trasformare le sperimentazioni in strumenti finanziari utilizzabili su scala più ampia.

Le metodologie di misurazione, i costi di certificazione, la verifica indipendente dei risultati e le regole sulle dichiarazioni ambientali determineranno la credibilità dei futuri progetti.

Il percorso europeo prevede una valutazione nel 2027: sarà uno dei primi momenti utili per stabilire quali soluzioni sperimentate possano essere sviluppate ulteriormente e quali richiedano ancora approfondimenti scientifici o modifiche nelle procedure di controllo.