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Dal 2 al 6 novembre 2026 Parigi ospita il Nature-based Solutions International Congress, cinque giornate dedicate al rapporto tra cambiamento climatico, biodiversità e gestione del territorio. Ricercatori, amministrazioni pubbliche, rappresentanti delle città, imprese e organizzazioni internazionali si confrontano su interventi che utilizzano i processi naturali per ridurre i rischi ambientali e migliorare la capacità di adattamento delle comunità.
L’appuntamento, promosso dal programma francese di ricerca SOLU-BIOD e da NetworkNature, riunisce due percorsi complementari: una conferenza scientifica e una settimana di incontri dedicati alle politiche pubbliche e alle esperienze operative. Il programma scientifico comprende 33 sessioni tematiche, costruite dopo una selezione internazionale che ha raccolto oltre 110 proposte di sessione e più di 500 contributi tra abstract e poster.
Al centro dei lavori ci sono le soluzioni basate sulla natura contro il cambiamento climatico, considerate uno degli strumenti disponibili per affrontare ondate di calore, alluvioni, siccità e deterioramento degli ecosistemi. La questione principale riguarda la possibilità di trasformare interventi sperimentali e iniziative locali in programmi territoriali capaci di produrre benefici misurabili e duraturi.
Il congresso di Parigi mette a confronto scienza e amministrazioni
L’organizzazione del congresso coinvolge SOLU-BIOD, NetworkNature, Biodiversa+, Sorbonne University, Urban Nature Plans+ e la Città di Parigi. Il programma mette in relazione discipline scientifiche differenti, dalla biologia all’ecologia, dall’idrologia alle scienze sociali, con l’esperienza delle amministrazioni chiamate a realizzare concretamente gli interventi.
Il 2 novembre si è aperta la NetworkNature Week con un confronto tra ricerca e politiche pubbliche dedicato al ripristino della natura. Il 3 novembre il NetworkNature Annual Event, intitolato Futures with Nature, ha affrontato le prospettive di sviluppo delle soluzioni naturali e il loro inserimento nelle strategie territoriali.
Il 4 novembre è la giornata del Cities Festival, organizzato da Urban Nature Plans+ insieme a NetworkNature e alla Città di Parigi. L’incontro, programmato presso la Climate Academy, è dedicato soprattutto allo scambio di esperienze tra amministrazioni locali. I laboratori affrontano la protezione degli ecosistemi urbani, la partecipazione dei cittadini e l’integrazione della natura nei processi decisionali.
La conferenza scientifica entra nel vivo dal 4 al 6 novembre, dopo le attività preparatorie del 3 novembre. Il programma comprende sessioni parallele su paesaggi agricoli, foreste, territori costieri, gestione delle acque, rinaturalizzazione urbana e valutazione degli effetti ambientali. Il 5 novembre è previsto anche l’incontro dei gruppi di lavoro di NetworkNature.
Un aggiornamento organizzativo pubblicato sul sito ufficiale indica il trasferimento delle attività congressuali al CNIT Forest, con l’eccezione del Cities Festival e del cocktail del 5 novembre. Date e orari rimangono invariati.
Rinaturalizzazione urbana: dai singoli spazi verdi alla pianificazione della città
Una delle questioni più concrete riguarda il modo in cui le città possono affrontare temperature elevate e precipitazioni intense attraverso la trasformazione degli spazi urbani.
La rinaturalizzazione può comprendere il recupero di superfici permeabili, la creazione di aree verdi collegate tra loro, la gestione ecologica dei corsi d’acqua e la ricostituzione di habitat degradati. L’obiettivo è ripristinare funzioni ambientali compromesse dall’impermeabilizzazione dei suoli e dall’espansione delle infrastrutture.
Gli alberi, per esempio, possono contribuire a ridurre l’esposizione al calore attraverso l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione. Le superfici vegetate e i terreni permeabili possono favorire l’infiltrazione dell’acqua piovana, mentre le zone umide urbane possono contribuire alla regolazione dei deflussi. L’efficacia dipende però dalle condizioni locali, dalla disponibilità idrica, dalle caratteristiche del suolo e dalla manutenzione.
Il congresso dedica particolare attenzione alla relazione tra città e territori periurbani. Una sessione scientifica del 6 novembre, organizzata con il contributo dei progetti europei CARDIMED, ARCADIA, DesirMED e NATALIE, esamina come le soluzioni naturali possano sostenere il ripristino degli ecosistemi e l’adattamento climatico nelle aree urbanizzate.
Il confronto riguarda anche l’applicazione del regolamento europeo sul ripristino della natura, che richiede agli Stati membri di programmare interventi di recupero ambientale secondo obiettivi e scadenze definiti.
Per le amministrazioni, il problema è individuare dove intervenire e quali risultati attendersi. Un parco realizzato in un quartiere già ricco di vegetazione può avere un’utilità diversa rispetto a un intervento in una zona densamente costruita e particolarmente esposta alle temperature estive.
La distribuzione degli spazi verdi, l’accessibilità e la continuità ecologica diventano quindi elementi della pianificazione climatica, insieme alla gestione dei costi e alla disponibilità delle aree.
Il recupero degli ecosistemi tra campagne, foreste e zone umide
Le soluzioni basate sulla natura contro il cambiamento climatico trovano applicazione anche al di fuori delle città, dove il recupero degli ecosistemi può incidere sulla regolazione delle acque, sulla qualità dei suoli e sulla conservazione della biodiversità.
Una sessione del 4 novembre, intitolata From Demonstration to Quantitative Evaluation of Nature-based Solutions in Agricultural and Forest Ecosystems, riunisce contributi collegati ai progetti europei DRYAD, ClimaPannonia, Precilience e TRANSFORM.
Il tema è il passaggio dalla dimostrazione sperimentale alla valutazione quantitativa degli interventi negli ecosistemi agricoli e forestali. Si tratta di verificare quali cambiamenti ambientali siano effettivamente attribuibili alle misure adottate, con quali tempi e in quali condizioni territoriali.
Il programma affronta inoltre il rapporto tra paesaggi multifunzionali, conservazione della biodiversità e attività produttive. La gestione sostenibile dei boschi, la tutela del suolo e il ripristino degli elementi naturali del paesaggio agricolo possono contribuire alla resilienza ambientale, ma devono essere valutati rispetto agli utilizzi del territorio e agli effetti sulle comunità locali.
Il 5 novembre una sessione specifica è dedicata agli sponge landscapes, i paesaggi capaci di trattenere e assorbire l’acqua. Il principio consiste nel recuperare la capacità naturale del territorio di rallentare il deflusso superficiale e immagazzinare temporaneamente le precipitazioni.
Tra gli interventi possibili rientrano il ripristino delle pianure alluvionali, la protezione delle zone umide e la gestione delle superfici agricole per limitare ruscellamento ed erosione. Queste misure possono integrare le infrastrutture idrauliche convenzionali, senza sostituire automaticamente le opere necessarie alla sicurezza delle aree più esposte.
Altre sessioni affrontano la resilienza costiera e la ricostituzione delle connessioni ecologiche tra territori urbani, periurbani e rurali. La varietà degli ambienti esaminati evidenzia una caratteristica delle soluzioni naturali: gli interventi non sono trasferibili indistintamente da un territorio all’altro, perché dipendono dalle caratteristiche degli ecosistemi e dalle pressioni ambientali presenti.
Misurare i risultati: la sfida oltre i progetti pilota
Uno dei principali ostacoli alla diffusione delle soluzioni basate sulla natura contro il cambiamento climatico riguarda la valutazione dei risultati.
Un intervento di rinaturalizzazione può produrre benefici differenti, ma la sua efficacia deve essere verificata attraverso indicatori appropriati. La superficie recuperata o il numero di alberi piantati descrivono l’attività realizzata, senza dimostrare necessariamente una riduzione del rischio climatico.
Per valutare gli effetti sulla temperatura urbana, per esempio, occorre misurare le condizioni termiche prima e dopo l’intervento, considerando stagionalità, condizioni meteorologiche e caratteristiche dell’area. Per la gestione delle precipitazioni assumono rilievo indicatori come infiltrazione, deflusso superficiale, capacità di ritenzione e frequenza degli allagamenti.
La valutazione ecologica richiede invece informazioni sulla biodiversità, sulla qualità degli habitat e sulla presenza delle specie. Questi parametri possono evolvere nell’arco di diversi anni, rendendo necessario un monitoraggio più lungo rispetto alla durata ordinaria di molti progetti finanziati.
La Commissione europea ha sviluppato un quadro metodologico specifico attraverso il manuale Evaluating the Impact of Nature-based Solutions, che propone indicatori e metodi di valutazione distribuiti in dodici ambiti, dalla resilienza climatica alla gestione delle acque, dalla biodiversità alla salute e alla coesione sociale.
Anche lo standard internazionale dell’IUCN offre criteri per valutare la progettazione e l’efficacia degli interventi. Il suo approccio considera, accanto ai risultati ambientali, la sostenibilità economica, la governance, la distribuzione dei benefici e la gestione dei possibili conflitti tra obiettivi differenti.
Il programma scientifico di Parigi riflette queste esigenze. Il 4 novembre una sessione affronta il superamento della fase pilota e le condizioni necessarie per ottenere effetti su scala più ampia. Il 6 novembre è previsto un confronto sul progetto NATURA e sulle modalità di valutazione delle soluzioni naturali nelle loro dimensioni sociali ed ecologiche.
La distinzione è sostanziale: un progetto che dimostra risultati promettenti in un contesto sperimentale non costituisce automaticamente una prova di efficacia su larga scala.
L’estensione a territori differenti richiede verifiche sulla replicabilità, sulle risorse necessarie e sulla capacità delle amministrazioni di garantire continuità agli interventi.
La diffusione delle soluzioni basate sulla natura contro il cambiamento climatico dipende anche dalle decisioni politiche e dalla partecipazione delle comunità interessate.
Un progetto può essere efficace dal punto di vista ecologico e incontrare difficoltà nella realizzazione se modifica gli utilizzi consolidati del territorio, richiede manutenzioni non previste oppure distribuisce vantaggi e costi in modo diseguale.
Per questo la conferenza dedica sessioni alla giustizia socioecologica, alla governance partecipativa e al coinvolgimento dei soggetti normalmente esclusi dalle decisioni ambientali.
Il 4 novembre è previsto un laboratorio dedicato alle modalità di partecipazione collegate al quinto criterio dello standard IUCN, relativo alla governance inclusiva. Il programma comprende anche un confronto sulla valutazione dei benefici che non possiedono un prezzo di mercato facilmente identificabile, come il miglioramento della qualità ambientale e delle opportunità di fruizione degli spazi naturali.
La dimensione sanitaria trova spazio nelle sessioni dedicate al rapporto tra biodiversità, clima e salute. Il 6 novembre è programmato un laboratorio sull’approccio One Health, che considera le connessioni tra salute umana, animale e ambientale.
Si tratta di un campo di ricerca che richiede particolare cautela. La presenza di vegetazione urbana può favorire attività fisica, benessere psicologico e riduzione dell’esposizione al calore, ma gli effetti sanitari dipendono dalla qualità degli interventi, dall’accessibilità e dalle condizioni delle persone coinvolte.
Le valutazioni devono considerare anche possibili conseguenze indesiderate, comprese le esigenze di manutenzione, la sicurezza e la compatibilità delle specie vegetali con l’ambiente urbano.
Dalla sperimentazione alla gestione permanente del territorio
La continuità amministrativa rappresenta un passaggio decisivo per trasformare le soluzioni basate sulla natura contro il cambiamento climatico in strumenti ordinari di pianificazione.
La realizzazione di un intervento costituisce infatti soltanto una parte del processo. Alberature, zone umide, corridoi ecologici e superfici rinaturalizzate richiedono controlli, manutenzione e adattamenti nel tempo, soprattutto quando cambiano le condizioni climatiche.
Il 6 novembre il congresso dedica una sessione alla gestione di lungo periodo delle soluzioni naturali nelle trasformazioni urbane. Un altro confronto affronta il ruolo delle amministrazioni nel facilitare interventi di adattamento nelle aree periurbane, dove proprietà, competenze istituzionali e destinazioni d’uso possono rendere più complessa la realizzazione dei progetti.
Gli strumenti digitali costituiscono un ulteriore ambito di lavoro. Nel programma del 4 novembre compare una sessione dedicata alla loro integrazione nella progettazione e diffusione delle soluzioni naturali. Sistemi informativi geografici, osservazioni satellitari e modelli ambientali possono contribuire alla selezione delle aree e al monitoraggio, purché siano alimentati da dati adeguati e verificati sul territorio.
Il collegamento tra ricerca e amministrazioni è particolarmente rilevante per gli enti locali che dispongono di risorse tecniche limitate. L’utilizzo di metodologie condivise può rendere confrontabili le esperienze, individuare gli interventi meno efficaci e migliorare la programmazione degli investimenti.
Resta inoltre necessario distinguere adattamento e mitigazione climatica. Il recupero degli ecosistemi può contribuire all’assorbimento del carbonio e alla protezione dei serbatoi naturali esistenti, ma non elimina la necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Le misure di adattamento servono invece a contenere gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso o attesi.
Per le città e i territori coinvolti nei programmi europei, il confronto di Parigi offre soprattutto un’occasione per definire metodi comuni di valutazione. La disponibilità di dati confrontabili, la verifica dei risultati nel tempo e l’individuazione delle responsabilità di gestione saranno determinanti per stabilire quali interventi meritino di essere estesi e quali richiedano ulteriori sperimentazioni.
