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Impronta dei gas serra in Europa, Eurostat aggiorna i dati sulle emissioni legate ai consumi

Container merci sospeso sopra un terminal portuale, simbolo delle emissioni incorporate negli scambi commerciali.
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L’Unione europea consuma beni e servizi la cui produzione genera emissioni di gas serra anche al di fuori dei suoi confini. Una parte dell’impatto climatico dell’economia europea si concentra quindi in Paesi che forniscono materie prime, componenti industriali e prodotti finiti. È questa la dimensione che Eurostat analizza attraverso l’impronta delle emissioni, un indicatore che permette di collegare i gas serra alla domanda finale anziché al solo luogo in cui vengono rilasciati nell’atmosfera.

Il 29 ottobre 2026, il calendario delle pubblicazioni dell’istituto statistico europeo ha segnalato l’aggiornamento Greenhouse gas footprints, 2024, dedicato alle emissioni associate ai consumi. La documentazione metodologica disponibile chiarisce il funzionamento dell’indicatore, mentre la serie illustrata nell’approfondimento Greenhouse gas emission footprints riporta ancora risultati riferiti al 2023. I valori complessivi del 2024 relativi all’impronta dei consumi non risultano quindi confermati nella documentazione consultabile e non possono essere assimilati alle statistiche, già pubblicate, sulle emissioni prodotte dall’economia europea nello stesso anno.

Il dato consolidato precedente mostra comunque la rilevanza del fenomeno: nel 2023 l’impronta climatica dei consumi europei ha raggiunto circa 4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, contro 3,3 miliardi di tonnellate attribuite alle attività produttive e alle famiglie residenti nell’Unione. La differenza, pari al 21%, deriva dal saldo tra le emissioni incorporate nelle importazioni e quelle legate alla produzione destinata ai mercati esteri.

Che cosa misura l’impronta dei gas serra in Europa

L’impronta dei gas serra in Europa comprende le emissioni generate lungo la catena produttiva dei beni e servizi destinati al consumo finale e agli investimenti nell’Unione europea. Il calcolo considera le attività necessarie a ottenere un prodotto, dalla produzione delle materie prime alle lavorazioni industriali, fino ai passaggi intermedi che ne consentono la disponibilità sul mercato.

Il principio è diverso da quello utilizzato negli inventari nazionali delle emissioni. Questi ultimi registrano i gas serra rilasciati entro un determinato territorio, secondo criteri stabiliti per il monitoraggio climatico internazionale. L’impronta dei consumi segue invece la destinazione economica della produzione.

Un bene realizzato in Asia e acquistato in Europa può contribuire all’impronta europea anche quando le emissioni associate alla sua fabbricazione si verificano interamente fuori dall’Unione. Viceversa, le emissioni prodotte da un’impresa europea per realizzare merci successivamente esportate vengono attribuite alla domanda finale del Paese in cui quelle merci sono utilizzate.

La distinzione riguarda anche i servizi. Trasporti, attività commerciali, comunicazioni e altri settori economici utilizzano energia, infrastrutture e prodotti intermedi che comportano emissioni lungo la filiera. Il loro impatto può essere distribuito tra diversi Paesi e comparti produttivi.

Eurostat distingue tre prospettive statistiche. Gli inventari territoriali misurano le emissioni che avvengono entro i confini geografici. I conti delle emissioni atmosferiche attribuiscono i gas serra alle attività economiche e alle famiglie residenti, includendo determinate operazioni internazionali svolte da operatori residenti. L’impronta dei consumi collega invece le emissioni mondiali alla domanda finale che le ha generate.

Questi indicatori non sono intercambiabili. Anche quando producono risultati numericamente vicini, rispondono a domande differenti e seguono criteri di contabilizzazione diversi.

Le importazioni spiegano il divario tra produzione e consumi

Nel 2023, secondo Eurostat, circa 1,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente associate ai consumi dell’Unione sono state generate in Paesi esterni al mercato europeo. Rappresentavano approssimativamente il 35% dell’impronta complessiva.

Nello stesso periodo, circa 700 milioni di tonnellate di emissioni prodotte nell’Unione erano collegate a beni e servizi destinati alla domanda finale del resto del mondo.

Il confronto chiarisce perché l’impronta europea sia superiore alle emissioni attribuite alla produzione interna. L’Unione incorpora nei propri consumi una quantità di emissioni estere maggiore di quella associata alle esportazioni verso Paesi terzi.

Le emissioni estere presenti nell’impronta dei gas serra in Europa non dipendono necessariamente dal trasporto delle merci verso il mercato comunitario. Una quota può derivare dalla produzione di elettricità utilizzata negli stabilimenti, dall’estrazione dei materiali o dalla trasformazione industriale dei componenti.

Si consideri, a titolo esemplificativo, un dispositivo elettronico assemblato in un Paese utilizzando materiali e componenti provenienti da più economie. Le emissioni attribuibili al suo consumo finale comprendono quelle associate alle diverse lavorazioni, anche quando avvengono in territori che non esportano direttamente il prodotto finito nell’Unione.

È questa caratteristica delle filiere internazionali a rendere insufficiente una valutazione basata esclusivamente sui flussi commerciali diretti.

Secondo la ricostruzione Eurostat riferita al 2023, la Cina rappresentava la principale origine identificata, tra le economie del G20, delle emissioni extraeuropee incorporate nei consumi dell’Unione, con circa 370 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Seguivano gli Stati Uniti con 95 milioni e la Russia con 88 milioni di tonnellate.

Questi valori non misurano le emissioni complessive dei Paesi interessati, ma esclusivamente la parte attribuita alla domanda finale europea attraverso il modello statistico.

La distribuzione geografica dipende dalla struttura degli scambi, dalle tecnologie produttive utilizzate, dalle fonti energetiche e dalla composizione dei beni acquistati. Due prodotti economicamente simili possono presentare impronte differenti quando provengono da filiere caratterizzate da consumi energetici o processi industriali diversi.

Come Eurostat ricostruisce le emissioni lungo le filiere internazionali

Le emissioni generate direttamente da uno stabilimento possono essere rilevate attraverso inventari, dati energetici e contabilità ambientale. Attribuire una quota di quelle emissioni al consumo finale di un altro Paese richiede invece una ricostruzione statistica.

Eurostat utilizza un modello input-output multiregionale, basato sull’analisi delle relazioni economiche tra settori produttivi e Paesi. Il sistema integra informazioni sulle emissioni atmosferiche con le tavole che descrivono gli acquisti e le vendite di beni e servizi intermedi tra le diverse attività economiche.

Il metodo permette di seguire le interdipendenze produttive. Un’impresa manifatturiera acquista energia, materiali, componenti e servizi; ciascuno di questi acquisti richiede ulteriori produzioni, che a loro volta utilizzano altri beni intermedi. Il modello ricostruisce gli effetti diretti e indiretti della domanda finale.

La metodologia è collegata alle tavole FIGARO, il sistema Eurostat dedicato alle relazioni economiche tra Paesi e settori, e ai conti delle emissioni atmosferiche. Le informazioni sono organizzate secondo le classificazioni delle attività economiche utilizzate nelle statistiche europee.

La stima dell’impronta climatica presenta caratteristiche differenti rispetto alla misurazione diretta. I risultati dipendono dalla qualità e dalla disponibilità delle statistiche economiche e ambientali, dall’aggiornamento delle tavole internazionali e dalle ipotesi utilizzate per ricostruire i rapporti tra produzione e consumi.

Questo spiega perché i dati sulle emissioni incorporate nei beni e servizi possano essere pubblicati con tempi diversi rispetto agli inventari territoriali o alle stime delle emissioni prodotte nell’economia europea.

Il metodo consente inoltre di distinguere il contributo dei diversi gas serra. L’indicatore non considera esclusivamente l’anidride carbonica, ma comprende anche metano, protossido di azoto e gas fluorurati, convertiti in CO2 equivalente per rendere confrontabili i loro effetti sul riscaldamento globale secondo i fattori adottati nella contabilizzazione.

Nel 2023 la CO2 rappresentava il 77% dell’impronta complessiva europea, mentre il metano contribuiva per circa il 16%. La distribuzione delle emissioni varia sensibilmente tra le attività economiche.

Energia, manifattura e consumi domestici: i settori che incidono maggiormente

La ricostruzione Eurostat relativa al 2023 attribuisce alla produzione e fornitura di elettricità, gas, vapore e aria condizionata circa 876 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nell’impronta dei consumi europei.

Il settore manifatturiero contribuiva per circa 825 milioni di tonnellate, mentre le emissioni direttamente generate dalle attività delle famiglie raggiungevano 677 milioni.

Il peso del comparto energetico dipende dalla sua presenza in numerose catene produttive. L’elettricità utilizzata per produrre materiali, lavorare componenti e fornire servizi contribuisce all’impronta dei beni acquistati dai consumatori e dalle imprese.

La manifattura rappresenta un altro passaggio decisivo, soprattutto quando le lavorazioni richiedono grandi quantità di energia o materiali la cui produzione genera emissioni elevate.

L’analisi cambia parzialmente quando si considera il metano. Secondo Eurostat, nel 2023 agricoltura, silvicoltura e pesca rappresentavano la principale fonte settoriale dell’impronta europea di questo gas, con circa 270 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Seguivano le attività estrattive con 227 milioni.

Gran parte del metano associato all’agricoltura e alle attività forestali e della pesca proveniva dall’interno dell’Unione, mentre per l’industria estrattiva prevalevano le emissioni originate all’estero.

La differenza evidenzia un limite delle valutazioni concentrate soltanto sulla CO2. Una filiera può incidere sull’impronta climatica attraverso emissioni di metano o altri gas serra, la cui origine e distribuzione produttiva non coincidono necessariamente con quelle dell’anidride carbonica.

Italia, 535 milioni di tonnellate di emissioni legate ai consumi nel 2023

La posizione italiana emerge dai dati Eurostat relativi al 2023. L’impronta complessiva dei consumi nazionali era stimata in 535 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, il terzo valore assoluto più elevato tra i Paesi dell’Unione europea.

La Germania registrava circa 903 milioni di tonnellate e la Francia 554 milioni. La collocazione italiana rispecchia anche le dimensioni dell’economia e della popolazione: un valore assoluto elevato non indica automaticamente un’impronta individuale superiore a quella degli altri Stati membri.

Per valutare l’impronta dei gas serra in Europa in termini comparabili occorre infatti considerare anche il dato per abitante, oltre alla composizione della domanda e alla struttura produttiva dei singoli Paesi.

Nel 2023 la media europea era pari a 9 tonnellate di CO2 equivalente per persona, in diminuzione rispetto alle 10 tonnellate dell’anno precedente.

Le impronte pro capite più elevate erano quelle di Cipro, con 14,8 tonnellate, Irlanda, con 14,0 tonnellate, e Lussemburgo, con 12,7 tonnellate. I valori più bassi riguardavano Portogallo, con 6,5 tonnellate, Bulgaria, con 6,8 tonnellate, e Svezia e Romania, entrambe con 6,9 tonnellate.

La documentazione consultata non permette di confermare una graduatoria italiana aggiornata al 2024. Non sarebbe quindi corretto attribuire all’Italia una nuova posizione o una variazione percentuale rispetto all’anno precedente utilizzando statistiche che riguardano indicatori differenti.

Per il 2024 sono invece disponibili dati sulle emissioni prodotte dall’economia europea. Eurostat ha comunicato nel gennaio 2026 che le attività economiche e le famiglie dell’Unione hanno generato complessivamente 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, con una diminuzione dell’1% rispetto al 2023 e del 20% rispetto al 2013.

Queste statistiche descrivono la prospettiva della produzione e non possono essere utilizzate per ricavare direttamente l’impronta climatica dei consumi italiani o europei.

La distinzione è particolarmente importante per un Paese manifatturiero come l’Italia, inserito in filiere internazionali che comprendono importazioni di materie prime, semilavorati, componenti ed esportazioni di beni industriali.

L’analisi delle emissioni incorporate permette di valutare il rapporto tra produzione interna, approvvigionamenti esteri e domanda finale, ma richiede dati omogenei prima di stabilire se una specifica economia stia riducendo il proprio impatto climatico complessivo.

Riduzione delle emissioni europee e trasferimento dell’impatto all’estero

Tra il 2010 e il 2023, secondo Eurostat, le emissioni europee calcolate secondo la prospettiva dei consumi sono diminuite del 21%, mentre quelle associate alla produzione si sono ridotte del 24%.

Entrambi gli indicatori mostrano quindi una contrazione nel periodo considerato. La differenza tra le due variazioni segnala però che i miglioramenti registrati sul versante produttivo non si traducono necessariamente, nella stessa misura, in una riduzione dell’impronta dei consumi.

Una diminuzione delle emissioni territoriali può dipendere da diversi fattori: maggiore efficienza energetica, diffusione di tecnologie meno emissive, cambiamento delle fonti utilizzate, trasformazioni della struttura industriale oppure riduzione di determinate attività.

Quando una parte della produzione viene trasferita all’estero, le emissioni territoriali possono diminuire senza una riduzione equivalente dell’impatto associato ai beni consumati.

Questo fenomeno viene spesso indicato come trasferimento delle emissioni o carbon leakage, anche se il termine assume un significato più specifico nelle politiche climatiche, dove riguarda il rischio di delocalizzazione produttiva dovuta a differenze nei costi delle emissioni tra Paesi.

Una differenza tra impronta dei consumi ed emissioni produttive non dimostra, da sola, che sia avvenuta una delocalizzazione causata dalle politiche ambientali. Può riflettere anche rapporti commerciali consolidati, specializzazioni industriali o differenze nella disponibilità delle risorse.

Per individuare le cause occorre analizzare nel tempo i flussi produttivi, le importazioni, le esportazioni e le caratteristiche tecnologiche dei settori coinvolti.

L’impronta dei gas serra in Europa consente comunque di osservare una parte dell’impatto climatico che rimarrebbe esclusa da una lettura circoscritta alle emissioni interne.

Questa informazione è rilevante per valutare la domanda di materiali industriali, i consumi energetici incorporati nei prodotti e il possibile contributo delle politiche di efficienza delle risorse.

Il rapporto con le politiche climatiche europee

L’Unione europea utilizza prevalentemente inventari territoriali e specifiche regole di contabilizzazione per verificare il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dalla legislazione climatica.

L’impronta dei consumi offre una prospettiva complementare. Non sostituisce gli indicatori ufficiali adottati per monitorare gli obiettivi normativi, ma contribuisce a descrivere gli effetti climatici delle relazioni commerciali e delle catene di approvvigionamento.

La sua utilità riguarda anche la valutazione delle politiche industriali. L’impiego di materiali a minore intensità emissiva, l’elettrificazione dei processi, il recupero delle materie prime e la modifica delle fonti energetiche possono incidere sulle emissioni associate ai beni finali. L’entità degli effetti deve però essere verificata considerando l’intera filiera.

Il dibattito europeo sui prodotti importati comprende anche il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, noto come CBAM, progettato per affrontare il rischio di rilocalizzazione delle emissioni in alcuni settori industriali. Il suo ambito è circoscritto alle categorie di prodotti previste dalla normativa e non coincide con il calcolo dell’impronta complessiva dei consumi.

Anche per questa ragione i dati Eurostat non vanno interpretati come una misurazione automatica dei risultati delle singole politiche climatiche.

Una riduzione dell’impronta dei gas serra in Europa può derivare da cambiamenti nei volumi acquistati, nella composizione dei consumi, nell’efficienza produttiva o nell’intensità emissiva dei Paesi fornitori. Stabilire quanto abbia contribuito ciascun fattore richiede analisi ulteriori rispetto al semplice confronto tra due valori annuali.

Perché i dati del 2024 richiedono una lettura distinta

L’aggiornamento Eurostat inserito nel calendario del 29 ottobre 2026 riguarda un indicatore costruito attraverso l’integrazione di statistiche ambientali ed economiche internazionali. La pubblicazione di un nuovo anno di riferimento rappresenta un passaggio utile per verificare se il divario tra emissioni produttive e consumi europei si sia modificato.

La documentazione disponibile consente di descrivere con precisione il metodo e i risultati del 2023, ma non di confermare un nuovo totale europeo dei consumi per il 2024. L’eventuale confronto annuale richiede quindi di utilizzare la serie aggiornata del medesimo indicatore, verificandone anche possibili revisioni storiche.

Il punto di partenza rimane il saldo osservato nel 2023: a fronte di circa 3,3 miliardi di tonnellate di emissioni attribuite alla produzione europea, la domanda finale dell’Unione era associata a 4 miliardi di tonnellate generate nel mondo.

L’esistenza di questo divario impone di distinguere due risultati che possono coesistere: la riduzione dei gas serra prodotti dall’economia europea e la persistenza di emissioni significative incorporate nei beni e servizi acquistati dall’estero.

La prossima verifica statistica riguarda proprio la consistenza di tale differenza nel 2024, insieme all’evoluzione delle emissioni associate alle filiere internazionali. Senza dati omogenei sull’intero ciclo produttivo, una diminuzione delle emissioni interne non permette di stabilire quanto sia effettivamente cambiato l’impatto climatico dei consumi europei.